Tetto Piano con Membrana Sintetica
Un tetto piano non è piano, e non deve esserlo: è una superficie disegnata perché l'acqua trovi da sola la strada verso i bocchettoni. La membrana è solo l'ultimo anello. Le due domande che decidono la riuscita sono poste molto prima: dove va l'acqua, e come sta giù il manto quando il vento smette di spingere e comincia a tirare.
Panoramica
TAV. 00L'impermeabilizzazione con membrana sintetica in teli saldati fra loro ha sostituito quasi ovunque le vecchie stratificazioni a più strati, per un motivo semplice: la continuità non è affidata a un adesivo ma a una saldatura, cioè a una fusione del materiale con se stesso. Da qui discendono i pregi e i punti critici. Il manto è leggero, riparabile e controllabile; in compenso è sottile, e tutto ciò che lo perfora o lo tiene fermo diventa parte della tenuta. Il progetto si gioca su tre piani distinti che vanno tenuti separati nella testa: il piano idraulico, cioè le pendenze e i punti di scarico, che devono funzionare anche quando un bocchettone si ottura; il piano igrotermico, cioè l'ordine degli strati e la barriera al vapore, che decide se dentro il pacchetto si forma condensa; e il piano meccanico, cioè il modo in cui il manto resiste al vento, che non è un carico che schiaccia ma una depressione che strappa, e che sui bordi e negli angoli vale molto più che in mezzo alla copertura.
La partitura di posa
TAV. HIl dettaglio del gestola forma idraulica della copertura
Le pendenze: decidere dove va l'acqua
Si rilevano le quote reali del solaio, si posizionano i bocchettoni e si forma il piano inclinato che li serve, con il massetto delle pendenze oppure con isolante già sagomato. Si verificano i compluvi, cioè le linee lungo cui l'acqua converge, e si controlla che nessun punto resti in contropendenza rispetto allo scarico che gli compete.
«Il tetto piano non perde: ristagna. E quando ristagna, prima o poi perde.»taccuino di cantiere — sintesi redazionale
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La forza che nessuno disegna
Il vento non spinge sul tetto: lo aspira
Quando il vento investe un edificio, sopra la copertura il flusso accelera e si distacca, e la pressione locale scende sotto quella dell'aria interna. Il risultato è che il manto viene tirato verso l'alto, non schiacciato verso il basso. Quella depressione non è uniforme: è modesta al centro della copertura, cresce lungo tutti i bordi e diventa massima negli angoli, dove il flusso gira su se stesso formando vortici. Da qui la regola che governa il fissaggio: il passo non è costante ma segue tre fasce, e la fascia d'angolo, che occupa una minima parte della superficie, è quella che assorbe la maggior parte dei fissaggi.
Schema qualitativo delle zone di carico; l'estensione delle fasce e il numero di fissaggi si ricavano dal calcolo dell'azione del vento sull'edificio specifico, in funzione di altezza, esposizione e geometria.
Tre modi di stare giu
Fissata, incollata o zavorrata: la scelta non è solo di costo
Un manto sintetico può essere trattenuto in tre modi, e ciascuno sposta il problema altrove. Il fissaggio meccanico è il più economico e il più rapido, ma trasferisce ogni raffica alla struttura in punti concentrati e obbliga a perforare l'isolante e la barriera al vapore. L'incollaggio distribuisce il tiro su tutta la superficie e non perfora nulla, dando anche un manto più silenzioso e senza ondulazioni, ma pretende un supporto compatto, asciutto e pulito, e non tollera l'improvvisazione. La zavorra non fissa nulla: mantiene il manto giù con il peso, protegge la membrana dai raggi solari e ne allunga molto la vita, ma va verificata sulla struttura e cambia in modo sostanziale il carico permanente. La scelta si fa insieme allo strutturista, non in cantiere.
Confronto qualitativo fra i tre sistemi; la scelta dipende dall'edificio, dall'esposizione al vento e dalla capacità portante disponibile, e va verificata caso per caso.
Come invecchia (e cosa lo tradisce)
TAV. PDomande da cantiere
TAV. QPerché un tetto piano deve avere una pendenza?
Perché «piano» descrive l'aspetto, non il funzionamento. La membrana è effettivamente a tenuta anche sotto acqua ferma, quindi la pendenza non serve a evitare la perdita immediata: serve a evitare tre conseguenze più lente. Il ristagno aggiunge carico permanente proprio al centro delle campate, cioè dove il solaio si è già inflesso, e il fenomeno tende ad accentuarsi da solo perché più acqua significa più inflessione. L'acqua ferma concentra sporco, foglie e depositi, che nel tempo diventano substrato per vegetazione e ostruiscono gli scarichi. Infine espone i giunti a una condizione di bagnato permanente che nessun manto ama, e che accelera l'invecchiamento proprio nei punti più delicati. Per questo la pendenza si verifica sul finito e non sul progetto: è l'unico dato che conta.
TPO o EPDM: come si sceglie?
Sono due famiglie con logiche diverse, e la differenza operativa più importante sta nel modo in cui si uniscono i teli. Il TPO è un materiale termoplastico: si salda ad aria calda, quindi il giunto è una fusione, si esegue rapidamente con macchine automatiche ed è controllabile a punta. Si trova comunemente in colore chiaro e riflettente, il che abbassa la temperatura del manto e aiuta d'estate. L'EPDM è una gomma reticolata, non termoplastica: non si salda ma si unisce con nastri e adesivi specifici, ha un'elasticità molto elevata che lo rende indulgente su supporti che si muovono, e in teli di grande formato riduce moltissimo il numero di giunzioni. Come criterio pratico: dove ci sono molti dettagli, molte penetrazioni e serve un controllo oggettivo delle giunzioni, il termoplastico è più gestibile; dove la superficie è ampia, regolare e povera di ostacoli, il telo unico di grande formato ha meno punti deboli per definizione.
Quanto dura, e come ci si accorge che sta invecchiando?
Le membrane sintetiche di buon spessore hanno vite utili nell'ordine dei venticinque-trent'anni, ma quel numero dipende da due fattori più che dal materiale: l'esposizione ai raggi ultravioletti e il ristagno. Un manto zavorrato o coperto da un verde pensile è schermato e dura sensibilmente di più di uno a vista, a parità di prodotto. L'invecchiamento non si manifesta come una perdita improvvisa: la superficie perde elasticità e diventa opaca e leggermente gessosa al tatto, i bordi dei sormonti cominciano a mostrare distacchi localizzati, e attorno ai fissaggi compaiono piccole tensioni a stella. Il controllo utile non è cercare il buco, è guardare quei tre segnali, e farlo dopo un temporale importante e prima dell'inverno, quando eventuali problemi sono ancora piccoli. Una membrana è riparabile fino a molto tardi: una toppa saldata ripristina davvero la continuità, ed è quasi sempre più sensato di un rifacimento anticipato.
Si può installare il fotovoltaico su un tetto a membrana?
Sì, ed è anzi una delle collocazioni più naturali, ma va deciso prima e non dopo, perché cambia il progetto della copertura invece di appoggiarsi a esso. Ci sono due strade. La prima usa strutture zavorrate, che non forano nulla e affidano la stabilità al peso: è la soluzione preferibile per la tenuta, ma aggiunge carico permanente che il solaio deve poter accettare, e va verificata anche rispetto al vento, perché un campo di moduli inclinati è una vela. La seconda usa supporti fissati meccanicamente, che richiedono altrettante penetrazioni della membrana, ciascuna risvoltata e saldata come un dettaglio a sé. In entrambi i casi restano due questioni che vengono dimenticate con regolarità: sotto i moduli il manto non è più ispezionabile né facilmente riparabile, quindi la sua vita utile residua andrebbe confrontata con quella dell'impianto prima di coprirlo; e la manutenzione dei pannelli comporta passaggi ripetuti sul manto, che vanno risolti con percorsi protetti previsti in progetto.