Un pavimento continuo, senza fughe, fatto di calce impastata con coccio di laterizio frantumato. E una tecnica antichissima - l'opus signinum dei romani - in cui il coccio da alla calce una presa idraulica: ne nasce un battuto duro, impermeabile e caldo di colore, levigabile a tutto spessore e restaurabile all'infinito. Tornato in auge nel restauro e nel design per la sua materia viva, vive di buoni sottofondi e di cura contro l'umidita di risalita.
Sezione tecnica del sistema, dall’interno (sinistra) all’esterno (destra).
Un pavimento continuo, senza fughe, fatto di calce impastata con coccio di laterizio frantumato. E una tecnica antichissima - l'opus signinum dei romani - in cui il coccio da alla calce una presa idraulica: ne nasce un battuto duro, impermeabile e caldo di colore, levigabile a tutto spessore e restaurabile all'infinito. Tornato in auge nel restauro e nel design per la sua materia viva, vive di buoni sottofondi e di cura contro l'umidita di risalita.
Il cocciopesto e uno dei più antichi pavimenti continui: un impasto di calce e frammenti di laterizio cotto (coppi, mattoni, tegole) frantumati in varie pezzature, steso e battuto in opera fino a formare una superficie monolitica. I romani lo chiamavano opus signinum e lo usavano per pavimenti, cisterne e acquedotti, dove serviva una superficie compatta e a tenuta d'acqua.
Il segreto e chimico. La calce aerea, da sola, indurisce lentamente assorbendo anidride carbonica e teme l'acqua. Il laterizio cotto e ricco di argille attive che, a contatto con la calce e l'umidita, reagiscono (reazione pozzolanica) formando composti idraulici stabili: la malta fa presa anche in assenza d'aria e resiste all'acqua. Piu fine e il coccio, più forte e questo effetto. Ne risulta un battuto duro, impermeabile e dal caratteristico colore rosato.
Si stende per strati su un sottofondo solido: un arriccio più grosso, poi uno strato fine, talvolta con una semina di graniglia di marmo come in una veneziana. Ogni strato va battuto a lungo - da qui battuto - per costiparlo ed espellere l'aria, poi lisciato e infine levigato e trattato a cera o olio. E un lavoro lento e manuale, che da però una superficie continua, senza giunti, calda al tatto e profonda di materia.
Essendo cementato dalla calce, il cocciopesto teme due cose: l'umidita di risalita, che porta sali ed efflorescenze e lo sfarina se manca una barriera al vapore sotto, e il ritiro, che lo fessura se il sottofondo si muove o l'impasto e troppo ricco d'acqua. Per questo vuole sottofondi stabili e maturi e, dove serve, giunti discreti. Il suo grande pregio e la riparabilita: come una pietra, si puo ri-levigare, rappezzare e ritrattare, durando per generazioni.
Il cocciopesto è un’alchimia che i romani avevano capito: si prende l’umile calce aerea — lenta a far presa e, da sola, poco amica dell’acqua — e vi si impasta la polvere e il granello del laterizio cotto frantumato, e qualcosa cambia. Le argille attive cotte nel coccio reagiscono con la calce in presenza di umidità (la reazione pozzolanica), formando composti idraulici stabili che fanno indurire la malta anche dove l’aria non arriva e, sorprendentemente, la rendono resistente all’acqua. Per questo lo stesso materiale pavimentava le case romane e rivestiva le loro cisterne e gli acquedotti: una superficie continua e senza giunti che respinge l’acqua liquida ma resta aperta al vapore — impermeabile e traspirante insieme — calda di colore e calda al tatto. Si stende e si batte a strati su un sottofondo solido, poi si leviga e si cera fino a un riflesso morbido. Le sue due debolezze sono quelle di ogni pavimento a calce: l’umidità di risalita dal basso, da tagliare con una barriera o porterà sali e sfarinerà la superficie, e le fessure da ritiro se il sottofondo si muove o l’impasto è troppo ricco d’acqua. Trattato con rispetto, è uno dei pavimenti più riparabili che esistano — ri-levigato e ritrattato, dura per generazioni.
Invece di incontrare la parete in uno spigolo vivo - che fesserebbe e lascerebbe passare l’acqua sotto - il cocciopesto si risvolta sul muro in un raccordo concavo, la sguscia. Questo arrotonda il nodo pavimento-parete in una vasca continua e senza giunti, lo stesso espediente che fece del cocciopesto il rivestimento delle cisterne romane. Una barriera al vapore sotto il massetto taglia l’umidità di risalita, nemico numero uno del pavimento, prima che raggiunga la calce e porti i sali.
Il pavimento si costruisce per mani su un sottofondo solido: un rinzaffo d’aggrappo, un arriccio più grosso di calce e coccio, poi uno strato fine. Ognuno va battuto a lungo - da qui «battuto» - per costiparlo e cacciare l’aria che lo indebolirebbe. Sullo strato fine si può spargere graniglia di marmo e batterla dentro, alla maniera della veneziana, prima di levigare a piano tutta la superficie e cerarla fino a un riflesso morbido e profondo.
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