Copertura Metallica a Doppia Aggraffatura
Una copertura aggraffata non tiene l'acqua perché è sigillata: la tiene perché è piegata. La giunzione fra due liste è un risvolto ripiegato due volte, alto sopra il piano su cui l'acqua scorre, e non c'è un solo foro che attraversi il manto. Questo sposta la domanda di progetto: non «come si chiude», ma «come si lascia libero di muoversi un metallo che d'estate si allunga di qualche millimetro al metro».
Panoramica
TAV. 00Il manto a doppia aggraffatura è una lamiera piegata in opera: liste di rame o zinco-titanio unite fra loro da un risvolto continuo, senza viti passanti e senza sigillanti che lavorino in tenuta. La conseguenza è una copertura molto durevole, leggera e capace di seguire falde curve, coniche o irregolari come nessun altro manto. La difficoltà però si sposta su due punti che in cantiere vengono regolarmente sottovalutati. Il primo è il piano di posa: il metallo non corregge il supporto, lo copia, e ogni avvallamento diventa un'ombra permanente sul finito. Il secondo è la dilatazione: una lista è un elemento lungo diversi metri ancorato a un supporto che non si muove, e se è bloccata a entrambe le estremità si deforma d'estate e strappa i fissaggi d'inverno. Le fasi che seguono sono ordinate su questa logica: prima il supporto e la ventilazione, poi i bordi che fanno da riferimento, poi il modo in cui le liste vengono ancorate, infine la chiusura della piega e i punti singolari, che sono il luogo dove queste coperture effettivamente perdono.
La partitura di posa
TAV. HIl dettaglio del gestoil piano che il metallo copierà
Il piano di posa: assito continuo e ventilazione
Sopra la struttura si forma la camera di ventilazione con listelli continui dalla gronda al colmo, poi la si chiude con un tavolato o con pannelli strutturali. Il piano che ne risulta deve essere continuo, asciutto e planare. Si verificano gli allineamenti, la quota dei bordi e soprattutto che l'aria possa entrare in gronda e uscire in colmo senza ostruzioni.
«Il metallo non perdona il supporto: quello che sbagli qui lo vedi per trent'anni, ogni volta che il sole taglia basso.»taccuino di cantiere — sintesi redazionale
clicca una battuta · frecce ← → per scorrere il cantiere · le pause tratteggiate sono la chimica che lavora
La regola che governa tutto
Il metallo si muove: decidere dove sta fermo
Un manto metallico non ha un problema di resistenza, ha un problema di movimento. Ogni lista si allunga con il caldo e si accorcia con il freddo, di una quantità piccola al metro ma non trascurabile sulla lunghezza intera di una falda. Il progetto non può impedire quel movimento: può solo decidere da quale punto parte. Si sceglie una fascia limitata dove le graffette bloccano davvero il manto, e su tutto il resto si usano graffette che lo tengono in basso ma lo lasciano scorrere. Così la dilatazione si scarica verso i bordi liberi, dove i risvolti e i sormonti sono stati pensati per assorbirla.
Valori indicativi di coefficiente termico, utili come ordine di grandezza; il dimensionamento delle lunghezze e delle graffette segue le indicazioni del sistema adottato.
L'errore che non si vede
Non basta non toccarsi: conta chi sta a monte
Fra due metalli diversi a contatto in presenza di umidità si innesca una corrosione in cui il meno nobile si consuma per proteggere l'altro. Su una copertura però il contatto diretto è solo metà del problema, e nemmeno la metà più insidiosa. L'acqua che scorre su un metallo nobile ne trascina via tracce e le deposita su tutto ciò che incontra più a valle: una converse o un pluviale meno nobili si consumano anche se non toccano nulla, semplicemente perché stanno sotto. Da qui la regola di lettura di un tetto: si guarda il verso della pendenza prima ancora dei dettagli.
Scala di nobilità semplificata, sufficiente per le scelte di dettaglio più comuni; le combinazioni critiche vanno verificate caso per caso anche in funzione dell'ambiente, marino o industriale.
Come invecchia (e cosa lo tradisce)
TAV. PDomande da cantiere
TAV. QQuanto può essere lunga una lista?
Con graffette scorrevoli si arriva comodamente a lunghezze di otto-dieci metri, e in certi sistemi anche oltre. Il limite però non è un numero unico: dipende dal metallo, che si allunga in misura diversa, dall'escursione termica reale della falda, che su un tetto scuro esposto a sud è molto più ampia di quella dell'aria, e dal tipo di graffetta, che ha una corsa finita. Superata quella corsa la lista non si allunga più liberamente e ricomincia a spingere. Quando la falda è più lunga di quanto una lista possa gestire non si forza: si introduce un gradino trasversale, cioè un salto di quota che interrompe la continuità e crea due tratti indipendenti, ciascuno con il proprio punto fisso.
Aggraffatura semplice o doppia: quando basta la semplice?
La differenza è una piega in più, e quella piega serve a far salire l'acqua un'altra volta prima di poter entrare. Su pendenze forti l'acqua scorre via veloce e non ha tempo né modo di risalire: la singola aggraffatura è sufficiente ed è anche più rapida da eseguire. Man mano che la falda si distende, il tempo di permanenza dell'acqua sul manto aumenta, il vento riesce a spingerla verso l'alto e la capillarità inizia a lavorare a favore dell'acqua: da lì in poi serve la doppia. Sotto una certa inclinazione nemmeno la doppia basta da sola e si aggiunge una guarnizione dentro la piega. La scelta si fa in progetto, non in cantiere, perché cambia la profilatura delle liste.
Ci si può camminare sopra?
Sì, ma non ovunque e non liberamente. Si cammina sulla parte piana della lista, possibilmente in corrispondenza di una graffetta, dove il metallo è sostenuto dall'assito; non si cammina mai sull'aggraffatura, perché è l'unico elemento che tiene la tenuta e una piega schiacciata non torna più come prima. Il problema vero comunque non è il singolo passaggio, è la manutenzione ricorrente di ciò che sta sul tetto, tipicamente impianti, pannelli e antenne. Se sono previsti, va previsto anche un percorso di servizio dedicato: passerelle e punti di ancoraggio decisi in progetto e integrati nel manto, non aggiunti dopo forando quello che si è appena costruito senza fori.
Il rame diventa verde: quanto ci mette, e nel frattempo?
Il rame non passa dal rosso al verde: attraversa una lunga fase intermedia bruna che va dal marrone caldo al quasi nero, e in cui l'edificio ha un aspetto molto diverso da quello del rendering. Quella fase dura anni, e la patina verde vera e propria arriva con tempi che cambiano moltissimo con il clima: rapida in ambiente marino o in aria umida e inquinata, molto più lenta in climi secchi e in aria pulita, dove può richiedere decenni. Due cose vanno dette al committente prima e non dopo. La prima è che il colore evolverà in modo non uniforme, perché le zone più dilavate cambiano prima. La seconda è che nei primi anni il dilavamento del rame lascia tracce sulle superfici sottostanti, e quindi il progetto dei bordi e degli scarichi deve tenere il rame lontano da pietre chiare, intonaci e vetrate, non per corrosione ma per macchia.