Il gelo non rompe la pietra dall'alto: la solleva da sotto. L'acqua che entra dal giunto e non trova la via d'uscita si ferma sotto la lastra, congela, aumenta di volume e stacca tutto — ed è il motivo per cui una pavimentazione esterna è un problema di drenaggio prima che di posa.
Una pavimentazione in pietra all'aperto lavora in condizioni che nessun pavimento interno conosce: escursioni termiche di cinquanta gradi, acqua che arriva da sopra e ristagna da sotto, cicli di gelo e disgelo, carichi concentrati e sali disgelanti. Ne discende che il pacchetto conta più della lastra, e che l'errore più diffuso — posare la pietra a colla su un massetto come si fa in un bagno — produce distacchi entro pochi inverni indipendentemente dalla qualità del materiale. La seconda metà del problema è la scelta della pietra, e qui bisogna essere espliciti: non tutte le pietre belle sono pietre da esterno. Gneiss e graniti hanno assorbimento basso e resistenza all'abrasione alta, e all'aperto durano generazioni; marmi e arenarie tenere sono materiali splendidi che all'esterno, sotto pioggia acida e gelo, perdono coesione e si aprono. La finitura, infine, non è estetica: una superficie lucida bagnata è un problema di sicurezza.
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Il dettaglio del gestola pendenza sta sotto
Realizzazione o verifica della pendenza sul supporto, con individuazione dei punti di raccolta e delle quote di soglia.
La pendenza si fa sotto, non nel collante. Se la cerchi nell'allettamento, ti ritrovi il pavimento che suona.taccuino di cantiere — sintesi redazionale
La domanda da fare prima del campione
È la scelta che si fa guardando un campione lucido in showroom e si paga dieci anni dopo. All'aperto una pietra affronta gelo, pioggia acida, sali e abrasione, e i parametri che contano sono tre: quanta acqua assorbe, come si comporta dopo cicli di gelo e disgelo, quanto resiste all'usura. Gneiss e graniti stanno bene su tutti e tre. I marmi e le arenarie tenere no: il carbonato di calcio viene attaccato dalle piogge acide e il marmo, in particolare, dopo molti cicli termici perde coesione superficiale. Non significa che siano materiali inferiori: significa che il loro posto è un altro.
I valori di assorbimento, resistenza al gelo e all'abrasione si leggono sulla documentazione del lotto specifico, non si deducono dal nome commerciale: due materiali venduti con lo stesso nome possono venire da cave diverse e comportarsi in modo diverso.
Due strade opposte, entrambe giuste
Il punto in comune è che nessuna delle due lascia acqua ferma sotto la lastra: la prima perché non c'è spazio, la seconda perché lo spazio è tutto e drena. Il letto pieno dà una superficie continua, sopporta carichi elevati e costa meno; i piedini rendono il pacchetto interamente ispezionabile, permettono di passare impianti sotto il pavimento e assorbono le tolleranze del supporto, ma richiedono lastre di spessore maggiore e non amano i carichi concentrati. La via che non funziona è la terza, quella intermedia: la colla a punti.
Nella posa a secco lo spessore della lastra e il passo dei piedini vanno verificati sui carichi previsti, compreso il carico concentrato accidentale: una lastra sottile su piedini si rompe al centro, non ai bordi.
Si può, ma va detto chiaramente al committente cosa accadrà. Il marmo è carbonatico: le piogge, che sono leggermente acide, ne dissolvono lentamente la superficie, e la lucidatura sparisce nei primi anni. In più alcuni marmi, dopo molti cicli termici, perdono coesione fra i cristalli e la superficie diventa zuccherina e friabile. In climi miti, in posizione riparata e con finitura non lucida, un marmo può stare fuori benissimo e invecchiare in modo bello; in montagna, su un terrazzo esposto, con gelo e sali disgelanti, è la scelta sbagliata anche se il campione era splendido. La regola pratica è semplice: se l'aspetto lucido è parte del progetto, il marmo va all'interno.
Sono efflorescenze: i sali contenuti nel letto di posa cementizio vengono trasportati in superficie dall'acqua che risale e cristallizzano evaporando. Il fenomeno è tanto più evidente quanto più la pietra è chiara e assorbente, ed è la ragione per cui su marmi e pietre sensibili si usano adesivi a basso contenuto di sali e si evita l'acqua in eccesso nella posa. Se le macchie ci sono già, si tolgono a secco con spazzolatura ripetuta, mai con acidi — che su una pietra carbonatica la corrodono. Ma la vera prevenzione è idraulica: se l'acqua sotto la lastra non ristagna, i sali non hanno il veicolo per salire.
Fuori i formati piccoli perdonano molto di più. Una lastra grande concentra su pochi punti tutta la dilatazione differenziale, richiede una planarità del supporto che in cantiere è difficile, e se si rompe si vede. I cubetti e i formati piccoli, al contrario, hanno un giunto ogni pochi centimetri: assorbono i movimenti, seguono le pendenze irregolari e si sostituiscono a mano. È il motivo per cui le pavimentazioni urbane storiche in cubetti sono ancora lì dopo un secolo, mentre una pavimentazione a grandi lastre posata male si legge dopo tre inverni. Le grandi lastre restano la scelta giusta dove il supporto è perfetto e il disegno le richiede, cioè quasi sempre in posa a secco su piedini.
Solo dopo tre verifiche, e in genere la risposta è che conviene demolire. La prima verifica è la quota: sovrapporre un pacchetto significa alzare il pavimento, e le soglie non si alzano. La seconda è l'impermeabilizzazione esistente: se è a fine vita, coprirla vuol dire condannarsi a demolire tutto entro pochi anni. La terza è la coesione del vecchio pavimento, perché il nuovo pacchetto ne erediterà i difetti. Dove le quote lo consentono, la soluzione più sensata è la posa a secco su piedini sopra una nuova impermeabilizzazione: aggiunge poco peso, resta ispezionabile e non richiede un supporto perfettamente planare.