Un pavimento senza fughe non nasconde gli errori del supporto: li amplifica. La finitura è spessa pochi millimetri e non ha giunti dove scaricare le tensioni, quindi tutto quello che c'è sotto — umidità, crepe, giunti — riemerge in superficie.
Resina e microcemento vengono venduti come finiture e trattati come tali: è l'equivoco che genera quasi tutti i contenziosi di questo lavoro. In realtà sono rivestimenti sottili e rigidamente solidali al supporto, senza lo spessore né le fughe che permettono a un gres di assorbire un movimento. Ciò che si vede in superficie è quasi sempre un difetto del massetto, non del prodotto. Da qui discendono le due verifiche che decidono l'esito, e vanno fatte prima di ordinare il materiale. La prima è l'umidità residua del massetto, misurata con lo strumento e non con la mano: un massetto ancora umido continua a cedere vapore verso l'alto, e sotto un rivestimento impermeabile quel vapore si accumula finché stacca la resina in bolle. La seconda è la lettura dei giunti: ogni giunto strutturale e ogni giunto di dilatazione del massetto va riportato in superficie, perché se il pavimento continuo li scavalca sarà la crepa a ricordare dov'erano. Resina e microcemento non sono la stessa cosa e la scelta non è estetica. La resina è un film polimerico impermeabile: chiude il pavimento, resiste ai chimici e si pulisce bene, ma non lascia uscire nulla e quindi pretende un supporto asciutto e una barriera al vapore sotto il massetto. Il microcemento è una malta cementizia modificata: resta minerale, tollera meglio un fondo non perfettamente asciutto, ma ha bisogno di essere protetto da una finitura perché da solo assorbe le macchie. L'ultimo punto è che questi pavimenti non si posano: si applicano, a mano, in strati sottili sovrapposti. La riuscita dipende dalla continuità del gesto e dalle condizioni ambientali durante l'applicazione e l'indurimento — temperatura, umidità relativa, assenza di correnti d'aria. Una porta lasciata aperta su una giornata di vento è sufficiente a segnare per sempre una stanza intera.
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Il dettaglio del gestodove il vapore si ferma
Misura strumentale dell'umidità residua, prova di coesione superficiale, rilievo di crepe e giunti esistenti e verifica della planarità con la staggia.
«Il cliente ha fretta, il massetto no. Se lo copri adesso, fra sei mesi lo rifai tutto e lo paghi tu.»taccuino di cantiere — sintesi redazionale
La scelta non è estetica
In showroom si scelgono guardando il colore, e questo è il motivo per cui metà dei problemi nasce prima ancora del cantiere. La differenza vera è nel comportamento all'acqua. La resina è un film polimerico continuo e impermeabile: eccellente dove servono igiene e resistenza chimica, ma sopra un fondo che cede ancora vapore diventa una membrana che intrappola, e si stacca a bolle. Il microcemento è una malta cementizia modificata: resta minerale e lascia passare qualcosa, quindi convive con fondi meno perfetti e con supporti a calce, ma da solo si macchia e va protetto. In pratica: se il massetto è nuovo e ben asciutto, o se il locale è chimicamente aggressivo, la resina fa il suo mestiere. Se si sta lavorando su un esistente, in un edificio storico o su un fondo di cui non si conosce tutta la storia, il microcemento perdona di più.
In un bagno la differenza si vede al primo anno: la resina tiene se il fondo era asciutto, il microcemento tiene se è stato protetto bene. Nessuno dei due perdona entrambe le mancanze.
Il difetto che arriva dopo il collaudo
La bolla è la patologia più frequente e la più fraintesa. Non nasce dall'alto, nasce dal basso. Un massetto che contiene ancora acqua continua a cederla sotto forma di vapore; finché il pavimento è aperto quel vapore se ne va e nessuno se ne accorge, ma appena sopra c'è un film impermeabile il vapore trova un tetto. Si accumula all'interfaccia, la pressione cresce lentamente e a un certo punto vince l'adesione: il rivestimento si solleva in un rigonfiamento tondo, spesso a mesi di distanza e quasi sempre dopo che il locale è stato riscaldato per la prima volta, perché il calore accelera la migrazione. Per questo la contestazione arriva sempre in autunno. La cura non esiste a posteriori: si taglia, si asciuga e si rifa la zona, sperando che l'umidità nel frattempo sia scesa. L'unica vera difesa è la misura fatta prima.
Se il massetto è su terreno o su vespaio, la barriera al vapore sotto il massetto non è un extra: senza, l'umidità non finisce mai perché continua ad arrivare.
Spesso sì, ed è uno dei motivi per cui viene scelto: pochi millimetri non alterano le quote di porte e soglie, e si evita la demolizione con tutto quello che comporta. Le condizioni però sono tre e vanno verificate tutte. Il vecchio pavimento deve essere solidamente ancorato al suo supporto, perché una piastrella che suona a vuoto continuerà a muoversi sotto il nuovo strato. Le fughe vanno trattate, perché sono discontinuità che tendono a ricomparire in trasparenza. E la superficie va irruvidita, perché su un gres smaltato l'adesione è quasi nulla senza una preparazione meccanica o un primer specifico. Se anche una sola delle tre manca, si demolisce.
Il rivestimento in sé quasi mai: si crepa quello che ha sotto, e la crepa affiora. È una distinzione che sembra un cavillo e invece è tutto il mestiere, perché dice dove intervenire. Uno strato di due o tre millimetri non ha rigidezza propria: segue il supporto, e se il supporto si muove non c'è formulazione che lo impedisca. Le difese sono tre, tutte a monte: la rete di armatura, che trasforma una fessura concentrata in microfessure diffuse; il rispetto dei giunti, che dà al movimento un posto dove andare; e la scelta di non partire su crepe ancora attive. Chi promette un pavimento che non si creperà mai sta promettendo qualcosa che non dipende da lui.
Sì, ed è uno degli usi in cui rende di più, perché elimina le fughe che sono il punto debole di ogni bagno piastrellato. A una condizione che viene sistematicamente dimenticata: il pavimento continuo non è l'impermeabilizzazione. Sotto ci vuole comunque una guaina, con i suoi risvolti sulle pareti e la sua sigillatura sui punti singolari, esattamente come sotto un gres. Il rivestimento continuo è la finitura che si vede e resiste all'acqua che ci cammina sopra, ma se è l'unica difesa, il primo microdifetto porta l'acqua nel massetto e da lì al piano di sotto. In doccia serve inoltre una finitura antiscivolo adeguata, che è una scelta prestazionale e non di gusto.
Vanno distinti due orizzonti, perché confonderli è l'origine di quasi tutte le delusioni. Il rivestimento vero e proprio, se il fondo era sano, dura quanto il massetto che lo porta: non ha una scadenza propria. La finitura protettiva invece è progettata per consumarsi, ed è questo il punto: assorbe l'abrasione al posto del rivestimento e si rinnova senza toccarlo, con una frequenza che dipende dal traffico — in una casa si parla di anni, in un locale pubblico molto meno. Il pavimento continuo quindi non è senza manutenzione: è a manutenzione programmata e leggera, che è una cosa diversa e va detta al committente prima della firma, non dopo la prima opacizzazione.